Un sito web per psicologi è il sito con cui uno psicologo o uno psicoterapeuta presenta la propria attività, spiega come lavora e permette di fissare un primo colloquio. Chi lo apre di solito ha già cercato su Google o ha visto un profilo social, e sta valutando se fidarsi di una persona che non ha ancora incontrato. Per questo conta più di quanto si pensi, e per questo ha vincoli che un sito commerciale non ha: i dati che la legge chiede a ogni professionista, l'articolo 40 del codice deontologico e le regole sui dati sanitari.
Le pagine che servono
Un sito per psicologi non ha bisogno di molte pagine. Ne servono poche, ognuna con un compito preciso.
- La home, che dice in due righe chi sei, dove ricevi, se lavori anche online e come si prende il primo appuntamento.
- La pagina su di te: formazione, iscrizione all'albo, eventuale specializzazione in psicoterapia e orientamento teorico. È la pagina più letta dopo la home, perché chi ti sceglie sta scegliendo una persona.
- Una pagina per ogni area di intervento: ansia, coppia, adolescenti, lutto. Una pagina dedicata a ciascun tema ha molte più possibilità di comparire su Google di un elenco unico con dieci voci.
- Come funziona il primo colloquio: quanto dura, cosa succede, se si svolge in studio oppure online.
- Costi e modalità: l'onorario della seduta, la durata, la disdetta. Il codice deontologico consente di indicare i prezzi, e una cifra chiara toglie una domanda che molte persone non hanno il coraggio di fare al telefono.
- I contatti, con indirizzo, mappa, orari e un modo semplice per scrivere.
Gli articoli divulgativi arrivano dopo, quando le pagine principali sono a posto. Sono quelli che nel tempo portano visite da Google su domande specifiche.
I dati che la legge chiede sul sito
Ogni sito professionale deve riportare alcune informazioni, e quello di uno psicologo non fa eccezione. Il decreto legislativo 70/2003, all'articolo 7, chiede di rendere accessibili in modo diretto e permanente il nome, i recapiti, la partita IVA e, per le professioni regolamentate, l'ordine presso cui si è iscritti con il numero di iscrizione, il titolo professionale con lo Stato in cui è stato rilasciato e il riferimento alle norme professionali che si applicano, con il modo per consultarle. L'articolo 35 del DPR 633/1972, il testo unico sull'IVA, aggiunge che la partita IVA va indicata nella home page.
Il modo più semplice per tenerli sempre a portata di mano è il piede del sito, che compare su ogni pagina: nome e cognome, il titolo (psicologo, oppure psicologo psicoterapeuta), l'Ordine regionale con il numero di iscrizione all'albo, la partita IVA, l'indirizzo dello studio, i recapiti e un link al codice deontologico. Sono anche le informazioni che rassicurano di più chi legge: un numero di iscrizione si controlla sull'albo, e chi cerca uno psicologo spesso lo fa.
Servono poi l'informativa privacy e la cookie policy. Se il sito usa cookie di profilazione o strumenti di terze parti che richiedono il consenso, il banner deve permettere di proseguire senza accettare, con il comando di chiusura, e dare la stessa evidenza al rifiuto e all'accettazione, come indicano le linee guida sui cookie del Garante privacy del 2021. Con i soli cookie tecnici, e con gli strumenti di misura che le stesse linee guida assimilano ai tecnici a determinate condizioni, il consenso non serve.
Cosa si può scrivere e cosa no
I testi del sito seguono le stesse regole di qualsiasi altra comunicazione dello psicologo. L'articolo 40 del codice deontologico consente di informare su titoli, specializzazioni, caratteristiche del servizio e prezzi, con trasparenza e veridicità, nel rispetto del decoro professionale e della serietà scientifica. Sopra c'è la legge 145/2018 all'articolo 1 comma 525, che vale per tutte le professioni sanitarie ed esclude gli elementi attrattivi e suggestivi, comprese offerte, sconti e promozioni.
Sul sito questo si traduce in alcune scelte precise.
- Le pagine sui temi spiegano come lavori su quel tema. Le promesse di risultato restano fuori, comprese quelle attenuate del tipo si risolve in poche sedute.
- Niente testimonianze dei pazienti sul percorso. Oltre al problema deontologico, rendono pubblico un dato sulla salute di una persona.
- Niente test di autovalutazione che restituiscono una diagnosi, anche quando sono presentati come un gioco.
- Il primo colloquio si descrive per come funziona. Presentato come offerta a tempo, o gratuito solo per pochi giorni, diventa una promozione.
- Le foto sono tue e del tuo studio. Le immagini di repertorio con persone disperate comunicano l'opposto di quello che serve a chi sta cercando aiuto.
Il quadro completo è nell'articolo su cosa è ammesso e cosa funziona per gli psicologi, e la norma generale è spiegata nella guida su cosa dice la legge sulla pubblicità sanitaria.
Il modulo di contatto
Il modulo è il punto dove si sbaglia più spesso. Un campo libero intitolato motivo della richiesta invita la persona a raccontare il suo problema, e quel racconto è un dato relativo alla salute, che il regolamento europeo sulla privacy tratta all'articolo 9 come categoria particolare di dati.
La soluzione è chiedere solo quello che serve per richiamare: nome, telefono o email, preferenza fra studio e online, e un campo facoltativo per gli orari. Il motivo si chiede a voce, al primo contatto. Un modulo corto ha anche un altro effetto: lo compilano più persone.
Accanto al modulo conviene lasciare ben visibili il telefono e WhatsApp. Molte persone che cercano uno psicologo preferiscono mandare un messaggio breve piuttosto che compilare un form.
Template o sito su misura
Molti psicologi partono da un modello già pronto, ed è comprensibile: costa poco e si mette online in pochi giorni. Per una presenza di base può bastare. I limiti arrivano quando il sito deve portare richieste da Google.
- I modelli sono pensati per qualsiasi attività: mancano le pagine per area di intervento, e i dati obbligatori del professionista vanno aggiunti a mano.
- Molti caricano script e immagini pesanti, e sul telefono, da dove cercano tante persone, la pagina si apre lentamente.
- I testi di esempio sono scritti per vendere, e adattati in fretta finiscono spesso fuori dal perimetro dell'articolo 40.
Un sito costruito per lo studio parte dall'opposto: dalle ricerche che le persone fanno davvero e dalle regole che valgono per la professione. È il lavoro che descriviamo nella pagina sui siti web per medici, con gli stessi criteri applicati alla psicologia.
Farsi trovare su Google
Il sito da solo non porta visite. Lo trovano le persone che cercano psicologo più il nome della città o del quartiere, e per comparire su quelle ricerche servono tre cose.
- Il nome della città nei titoli delle pagine principali e nel testo, scritto come lo scrivono le persone.
- La scheda Google dell'attività completa e coerente con il sito: stesso nome, stesso indirizzo, stesso telefono. È quella che compare nella mappa, sopra i risultati.
- Pagine veloci sul telefono e un testo vero su ogni pagina, che spieghi il tema con parole semplici.
Sulla scheda Google c'è un punto delicato, le recensioni: rispondendo in pubblico non va mai confermato che chi scrive è un paziente. Lo abbiamo spiegato nell'articolo sulla SEO per lo studio dentistico, e vale allo stesso modo per lo studio di psicologia.
Da dove partire
Prima le pagine su di te, sul primo colloquio e sui costi, con i dati obbligatori nel piede. Poi una pagina per ciascuna area su cui lavori di più, e la scheda Google allineata al sito. Gli articoli e le campagne vengono dopo, quando il sito regge il confronto con quello che la persona si aspetta di trovare. Se vuoi vedere come seguiamo questo verticale, la pagina sul marketing per psicologi lo spiega nel dettaglio, e nella pagina lavori ci sono campagne reali con i numeri.